Tentiamo il racconto di una vicenda che contiene in sé gli
elementi del proprio giudicarsi: non esercizio propriamente storico,
dunque, ma innanzi tutto
politico.
Consapevolmente erigiamo la metafora della
Resistenza a misura di un atto etico, simbolo di una vita in cui ciò che è
umano e ciò che è inumano sono estensioni via via date agli uomini stessi alle
loro decisioni individuali o
collettive.
Volgiamo gli occhi a quello che l'evento simbolico della
Resistenza può narrarci ancora: la vicenda di uomini che decidono liberamente
di non sottrarsi alla gravita dell'arbitrio cui la Storia li sottopone.
Gridiamo a gran voce che il dissenso è ancora attuale, e che non vanno
ascoltate le voci di chi ci sussurra: non preoccupatevene.
Il teatro è già atto di Resistenza: nelle sue immagini, nelle sue parole è già
scelta di attrito, concettualità attualizzata, resa presente, viva e
significante. Pretesa di essere partecipi, esplorazione di umane potenzialità,
dove il gesto è sempre presa in carico di responsabilità, dove la
comoda etichetta di situazione inumana, con le parole di Sartre, deve
sempre essere rifiutata.
